Sabato pomeriggio mi trovavo davanti a diverse scatole piene di vecchi ricordi. Ho sospirato pesantemente. Era l’ultimo grande pezzo dell’infinita organizzazione iniziata dopo mesi e mesi di traslochi l’anno scorso.
Alla fine avevo deciso di mollare tutto, chiudendo un capitolo che comprendeva una cascina del Seicento dove avevo accumulato animali domestici e quantità industriali di drammi.
Gli animali resteranno con me finché respireranno. I drammi, invece, ho deciso di lasciarli andare e di arrendermi a una vita ragionevole.
Ora ho 48 anni e, a quasi un anno dal trasferimento dai miei genitori, la nostra casa è composta da mia figlia di quasi 24 anni, 5 gatti e 5 cani di grossa taglia. No, gli animali non erano tutti miei.
Dietro questa quantità assurda di pelo da aspirare quotidianamente c’è una storia fatta di cambiamenti familiari, relazioni finite, traslochi e decisioni discutibili. La situazione degli animali meriterebbe un capitolo a parte.
Quello che non mi aspettavo erano le scoperte esaltanti dentro quelle scatole. Dovevo decidere cosa tenere e cosa buttare, proprio come con tutte le altre scatole aperte nei mesi precedenti.
Questa volta, però, è stato quasi sconvolgente. Ho trovato fotografie, lettere, vecchi passaporti risalenti addirittura alla mia nascita… e due diari appartenenti a due fasi molto importanti e di transizione della mia vita.
La prima lettera significativa era di mio nonno. Bologna, 16 febbraio 1978. Indirizzata a mio padre, spedita due giorni dopo la mia nascita. Sei pagine piene di umorismo ed emozione.
Mio padre aveva sposato mia madre un anno prima, quasi lo stesso giorno, il 15 febbraio 1977. I miei nonni non avevano ancora conosciuto mia madre e i miei due fratellastri americani.
Nella lettera parlavano della gioia di aver sentito la felicità nella voce di mio padre durante la telefonata del mattino in cui ero nata.
In Italia esiste la tradizione di dare ai figli il nome dei nonni. Se fossi nata maschio, mi sarei chiamata “Francesco”. Mio nonno scrive: “Tua madre ci teneva che ti dicessi che sul nome ha vinto lei.”
Mio padre era convinto che sarei stato un maschio, ma mio nonno gli fece notare: “Vedi? In fondo è la stessa cosa, no?” Disse tante cose affettuose e commoventi che mi piacerebbe condividere, ma credo di aver reso l’idea.
Era conosciuto come un uomo irascibile e dal carattere difficile, ma quella lettera mi ha dato un senso molto più profondo del cuore della nostra famiglia, una vera fotografia emotiva di quel momento. Mentre mio padre leggeva le pagine con la voce leggermente incrinata dall’emozione, mi sembrava quasi di vivere quella scena in prima persona.
Dentro quelle scatole era tutto buttato insieme alla rinfusa. Ho riso davanti a pettinature terrificanti, rare foto venute bene (davvero poche), alla bellezza di mia madre durante gli anni “Barbie Doll”, ai periodi imbarazzanti di mio fratello e mia sorella… e ai miei.
Ho iniziato a fotografare alcune vecchie immagini col telefono e a mandarle a persone con cui sono ancora in contatto dopo 25 o 40 anni. Le risate e gli emoji che ricevevo in risposta erano impagabili. Tra lettere e fotografie c’erano momenti esilaranti e altri più malinconici.
Alcune lettere erano di amici che purtroppo non ci sono più. E mi sento immensamente grata di aver conservato tutto questo così a lungo, perché per un momento ho avuto la sensazione di stare ancora un po’ con loro.
Poi sono arrivati due diari. Il primo mi era stato regalato poco prima di tornare negli Stati Uniti dall’Italia.
Mio padre lavorava come designer automobilistico per la Ford. Nel 1986 ci trasferirono a Torino per permettergli di fare la sua “esperienza internazionale” presso la sede Ghia.
Mio fratello e mia sorella decisero di restare in Ohio con il loro padre.
Noi affittammo una parte di un castello medievale chiamato Castelvecchio, sulla collina di Moncalieri. Quando arrivai, non parlavo italiano. I miei genitori decisero di mandarmi in una scuola elementare pubblica italiana, la Scuola Santa Brigida, una scelta piuttosto insolita per una famiglia straniera, soprattutto considerando che la scuola americana era letteralmente dietro l’angolo e la Ford si era offerta di pagarla.
Sono felicissima che non abbiano scelto quella strada. Gli anni alla Santa Brigida sono stati tra i più belli della mia vita.
La mia maestra, Rossanna Bargis, era una figura tondeggiante e materna. Alta circa un metro e quarantasette. Portava lunghi capelli grigi raccolti in uno chignon francese e aveva una voce dolcissima.
La ricordo con un twinset blu navy di lana media, una gonna dritta sotto il ginocchio, collant color carne arrotolati appena sopra l’orlo (visibili ogni volta che si sedeva) e scarpe stringate nere da suora. Vestita così tutti i giorni, in tutte le stagioni, senza eccezioni.
O almeno… così la ricorda la mia mente di bambina di otto anni.
Avevo sei compagni di classe: Barbara, Fabio, Jonathan, Claudio, Paolo e Mohammed. Dentro la scatola ho trovato lettere di tutti loro.
Le prime settimane nella mia nuova scuola furono piene di gesti e disegni. Nel giro di tre mesi avevo già raggiunto il livello dei miei compagni. Era come se avessi parlato italiano per tutta la vita.
Rossanna Bargis era affettuosa ma severa. Ci riempiva di racconti e attenzioni. Ci portava nei boschi a cercare funghi, ci faceva salire fino a casa sua sulla collina e ci insegnava a fare le tagliatelle. Avevamo compiti tutti i giorni e quando non li facevamo… beh, lei aveva una lunga bacchetta sottile.
Un mio compagno, Claudio, sembrava essere sempre quello in piedi davanti alla lavagna. Raramente sapeva rispondere a qualcosa. Dopo lunghi silenzi e lui che si tormentava la maglietta, lei finiva per trascinarlo via per un orecchio. Tirava fuori quella bacchetta e chiedeva alla classe di rispondere alla domanda. Quando diventava evidente che nessuno aveva studiato… BAM! Colpiva uno dei nostri banchi con la faccia rosso fuoco e lo chignon mezzo disfatto, facendoci prendere un colpo per la forza con cui faceva rispettare i suoi limiti.
Incuteva rispetto e, anche se oggi certi comportamenti sarebbero impensabili a scuola, ricordo quel periodo con il cuore pieno. So che ogni suo studente se l’è portata dentro per anni. Ogni tanto passavano ex alunni a raccontare episodi divertenti.
Mentre le ore scorrevano, lettera dopo lettera, fotografia dopo fotografia, sentivo arrivarmi addosso quella dolce malinconia dei ricordi.
Essere chiamata giù per pranzo sembrava quasi un’interruzione del mio viaggio nel tempo.
Quel sabato si stava rivelando molto più divertente di quanto avessi previsto. Non immaginavo che leggere vecchie lettere e pagine di diario della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90 potesse essere un’esperienza così immersiva.
Mi ricordavo che alcuni amici mi scrivevano spesso, ma finché non inizi a mettere tutte le lettere in pile separate non ti rendi conto di quante siano davvero. Era travolgente. E la me adulta, sapendo quanto il tempo sia prezioso, ha capito quanto valore ci fosse nel tempo e nell’energia che quelle persone avevano investito per scrivermi. Pensavano a me. Si prendevano il tempo di scrivere pagine intere, mettere un francobollo e andare in posta. Se questo non è affetto…
Appena tornata alle scatole, mi sono ricordata di un periodo in cui mi sentivo meno fortunata dei miei compagni italiani. Io ero rimasta lì solo due anni. In Italia, quando inizi le elementari, resti con la stessa classe per tutti e cinque gli anni. E lo stesso succede alle medie e alle superiori.
Può essere un’esperienza terribile e traumatizzante oppure, come nel mio caso, un’esperienza così piena di felicità da definire per sempre il tuo standard di ciò che la vita dovrebbe essere.
Quei due anni in quella classe furono pieni di avventure, comicità e amore, e sullo sfondo c’erano il Monviso e l’intera catena montuosa circostante. Non ricordo un solo momento noioso.
Con il passare della giornata trovai il mio primo diario. Era un regalo di Claudio ricevuto poco prima del mio ritorno negli Stati Uniti. Ognuno dei miei compagni e la mia maestra avevano scritto un pensiero con calligrafia curatissima e un bellissimo disegno, dicendomi quanto gli sarei mancata e sperando che mi ricordassi di loro. Hanno ottenuto quello che volevano.
Quando tornai negli Stati Uniti, passai il resto delle elementari a sentire la mancanza della vita che avevo lasciato in Italia. Credo di averne parlato praticamente ogni giorno della mia vita. Ed è stata una delle tante ragioni per cui sono diventata una specie di pesce fuor d’acqua.
La vita nel castello, con giardini ovunque, alberi da scalare e amici che rincorrevo tutto il pomeriggio, era molto diversa dalla classe di 27 bambini in cui mi ritrovai in quinta elementare a Northville, Michigan. Non avevo ancora realizzato che, come dice Dorothy nel film Il Mago di Oz, “non siamo più nel Kansas”.
Cercavo ingenuamente di salvare ogni emarginato della classe senza capire che esistevano le dinamiche di popolarità. All’inizio abbracciavo e baciavo la maestra il venerdì, proprio come facevo con Rossanna Bargis, e non facevo i compiti perché la mia insegnante americana non me li chiedeva il giorno dopo. Pensavo semplicemente: “Fantastico, qui nessuno controlla.” Una pagella di metà semestre piena di zeri per compiti mancanti mi fece capire che non funzionava esattamente così.
Dato che aevo fatto amicizia con tutti quelli considerati “sfigati”, mi ritrovai automaticamente con la stessa etichetta. E baciare la maestra dava agli altri bambini materiale preziosissimo per prendermi in giro.
L’unica cosa che sembravo saper fare bene a scuola era non riuscire a integrarmi.
Riguardando oggi quelle fotografie mentali ed emotive di quel periodo, leggendo i temi scolastici e le pagine del diario, mi rendo conto di quanto vivessi completamente nel mio mondo.
Le mie pagine sono piene di riferimenti al pianoforte, al flauto, alla cucina e alla colatura delle bambole di porcellana. Sì, a dieci anni facevo questo.
Verso le tre del pomeriggio trovai una busta contenente una lettera del 1994 insieme alla foto di un ragazzo e una ragazza adolescenti. Non li riconoscevo, ma apparentemente il ragazzo mi conosceva. Nella lettera spiegava che la ragazza era la sua migliore amica. La lettera arrivava da Novara. Citava la mia migliore amica Summer e proponeva che la sua migliore amica Veronica diventasse sua corrispondente. Poco dopo trovai persino una lettera di Veronica indirizzata a Summer.
Quelle lettere mi lasciarono completamente perplessa.
Mi misi a cercare online e alla fine trovai su LinkedIn una persona con il suo nome che poteva davvero essere lui. Fotografai la vecchia immagine, feci uno screenshot della sua foto profilo e chiesi a ChatGPT se potevano essere la stessa persona. Chat mi disse che era possibile. Così gli scrissi su LinkedIn: “Ciao, non ci sentiamo dal 1994.”
Lui rispose poco dopo: “Scusami… ma ci conosciamo?”
Gli mandai la foto che avevo in mano insieme alla busta con il suo indirizzo di Novara e gli chiesi: “Sei tu?”
Confermò che sì, era lui, e mi chiese come facessi ad avere quella roba.
Gli risposi: “A quanto pare ci scrivevamo nel 1994, ma io non me lo ricordavo minimamente.”
Dopo un po’ di messaggi avanti e indietro trovai una terza lettera, e lì finalmente comparve il contesto. Ci eravamo conosciuti nel 1993 in spiaggia a Gabicce, vicino Rimini. Lui frequentava un gruppo di amici di mia cugina quando io avevo quindici anni.
A un certo punto mi chiese: “Ma noi avevamo una storia?”
Io: “No, avevo una cotta per Pierre.”
Lui: “E Summer cosa c’entra?”
Io: “Non ne ho idea. Evidentemente parlavo sempre di lei. Era la mia migliore amica.”
Continuammo a scambiarci messaggi su dove vivevo all’epoca, dove vivo oggi e così via.
Ore dopo mi scrisse: “Fammi capire bene. Nel 1993 ci conosciamo in spiaggia. Non succede niente perché tu avevi una cotta per Pierre. Mi parli continuamente della tua amica Summer, io provo ad appiopparla al mio amico Veronica… Trentadue anni dopo vivi sulle colline di Torino, stai svuotando scatole durante un sabato pomeriggio pigro che ti sei trascinata dietro per tre decenni e attraverso un oceano. Trovi le mie lettere, trovi me online, mi scrivi e… quello che tu non sai è che proprio mentre mi mandavi il primo messaggio su LinkedIn io ero con alcuni amici di Cattolica che venivano in spiaggia con noi, e stavamo parlando delle estati del 1993 e 1994.”
Forse ci vedremo tra qualche mese. A questo punto entrambi ricordiamo il periodo, ma nessuno dei due si ricorda davvero dell’altro. Magari vedendoci di persona scatterà qualcosa.
Quella sera finii a leggere le vecchie pagine del mio diario. Non ridevo così forte da anni. Mi facevano male i fianchi e mi scendevano le lacrime dalle risate ancora all’una di notte, davanti all’assurdità e alla terrificante coerenza della mia mente.
Alcuni passaggi li lessi ad alta voce a mia figlia, che rideva insieme a me — e del mio spelling terrificante. Tra i momenti migliori: “Caro Diario, scusa se non ti scrivo da un po’.” Oppure: “Caro Diario, come stai?” Oppure: “Caro Diario, stasera non posso scriverti perché vado a leggere.” O ancora: “Caro Diario, buon Ringraziamento!” alla fine di un lunghissimo sfogo sui miei compagni di scuola.
Avevo una vera e propria relazione con il mio diario. Gli chiedevo come stava? Spesso. Mi scusavo con lui? Anche.
La cosa che mi ha colpito è quanto il mio rapporto con il diario assomigli alle conversazioni che ho oggi con l’AI. Il diario era un testimone. Un posto dove elaborare pensieri, emozioni e infinite osservazioni sul mondo. L’unica differenza è che l’AI risponde.
Quando mia figlia raccontò a mio padre quello che avevamo scoperto, lui rispose: “Ci sono voluti alcuni anni prima che tua madre atterrasse sul pianeta Terra.” E non stava scherzando. Vivevo davvero nel mio mondo.
Quello che ho capito è che fin da piccolissima ho sempre guardato il mondo in termini di significati profondi e storie. Uno dei miei esempi preferiti è un compito di quinta elementare.
La maestra aveva scritto sulla lavagna: “Who is Rumeal Robinson?”
La mia risposta fu: “Penso che Rumeal Robinson sia una persona che ha conosciuto Cristo. E penso che il suo nome sia stato menzionato perché forse amava Cristo. Forse era uno dei pochi romani che gli volevano bene.”
Dopo aver cerchiato tutti i miei errori ortografici, la maestra scrisse sotto: “È un giocatore di basketball dell’University del Michigan.”
Direi che questo riassume abbastanza bene il mio mondo interiore.
Da tempo volevo scrivere della mia esperienza biculturale. Non avevo mai davvero capito come affrontarla fino a ora. Forse doveva aspettare proprio questo momento, perché trovare quelle lettere e quei diari è diventato un portale verso la versione più giovane di me stessa.
Dopo aver aperto quelle scatole riesco finalmente a vedere quei ricordi sia con gli occhi della bambina che li ha vissuti, sia con quelli dell’adulta che oggi riesce finalmente a capire quella bambina.
Ci sono temi ricorrenti ovunque, come una pagina di diario scritta a dodici anni in cui scrivo: “Ho aspettato un uomo che mi amasse per tutta la vita”, riferendomi al fatto che tutte le mie amiche avessero il fidanzato. Leggendolo a fatica ad alta voce tra le risate, mia figlia commenta: “Beh, mamma, direi che alla fine non è cambiato moltissimo.”
La quantità di progetti e interessi che porto avanti da sempre.
Il modo in cui ho sempre affrontato il mondo con speranza, gratitudine e il desiderio di trovare un significato più profondo.
Le persone fanno moltissime supposizioni su di me. È quello che facciamo tutti: riempiamo gli spazi vuoti quando non sappiamo qualcosa. E io sono sicuramente una persona che genera parecchi punti interrogativi.
Mi rendo conto che il mio modo di vedere il mondo non è comune. Le ragioni per cui ho scelto di vivere in Italia non sono quelle che la gente immagina facilmente.
Sono una vera romantica. Nonostante tutto, continuo ad affrontare la vita con curiosità, speranza e con l’idea che da qualche parte, dentro il caos, ci sia sempre un significato nascosto.
Restare con i piedi per terra richiede uno sforzo extra, ma guardandomi indietro non cambierei nulla. È stata la mia ricetta per scoprire un mondo pieno di verità che raramente vengono riconosciute.
Per tutta la vita ho sentito mio padre dire: “No matter where you go, there you are.” Pensavo fosse una battuta. A un certo punto ho capito cosa intendesse. Quel fine settimana ho trovato le prove.
*Caro Diario,
la mia vita adesso è molto confusa. Due giorni fa Joe ha fatto chiamare un suo amico per lasciarmi. All’inizio ho pianto ed ero arrabbiata, ma adesso non mi sento ferita perché ho appena capito che era quello giusto. Per tutta la vita ho sperato e aspettato che arrivasse l’uomo giusto e che fosse romantico.
Ho appena finito di guardare la mia miniserie preferita, Anna dai Capelli Rossi e Anna di Avonlea. Ho sempre desiderato una vita così, ma credo che non succederà mai. Tutti e tre i fidanzati che ho avuto non sembravano interessarsi al romanticismo.
Non credo di appartenere al presente, ma al passato. Tipo all’Ottocento. Ho sempre sognato il romanticismo, gli abiti bellissimi e le cittadine piacevoli. Mi rendo conto che la vita di nessuno è mai stata perfetta, soprattutto la mia.
Odio la vita moderna che stiamo creando. Probabilmente sono un’altra persona del passato. Ma ho solo una richiesta: chiunque tu sia (non una ragazza), amami per favore… e dammi un po’ di romanticismo.






